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giovedì 22 novembre 2012

Questa è la felicità

Ho un sacco di foto sul mio profilo Facebook, sono circa 2500 foto. Foto in cui rido, in cui bevo, in cui mangio, in cui sono con amiche (sempre le stesse), foto di amici, amanti, foto di amorosi, foto di sogni passati, foto del liceo, foto del mare, foto di camminate, foto della montagna. Foto di mia sorella, dei pub vari, delle feste, dei vari tributi. Sono solo Foto.

Sono in camera, oggi pomeriggio mi sono staccata dal letto, avevo molto da fare, e ora sono così stanca che se penso solo che questa sera devo andare fuori a cena mi viene voglia di buttarmi dalle scale per rompermi una gamba.
Noemi "Vuoto a perdere" nelle cuffie, e il sapore di fumo in bocca.
Le palpebre si fanno pesanti, e tra poco mi dovrei andare a lavare, non ne sono in grado, su facebook sto parlando con LUI e Giò è di là a guardare il calcio con suo padre. Ha organizzato tutto per questa sera, e mi sembra anche strano, tutto fin nel più piccolo dettaglio incarna la sua maniacale perfezione. Cena a casa dei suoi amici, musica raggae e blues, cibo caraibico, rum, ganja, e il dopo serata di bamba.
Per lui questa è la felicità, per lui questo è come riconquistarmi, per lui questa sera è un modo di dirmi " Scusa, sono stato un coglione e mi rendo conto che anche se sono un pezzo di merda e dovrei stare solo come un cane, Tu ci sei.".
Non me lo direbbe mai a voce, e io non gli dico, che dei suoi amici, che della serata raggae, che del rum della ganja e della bamba non mi frega un cazzo. Non gli e lo dico, lo lascio fare, ma ha visto che non ne sono entusiasta, che 200 euro di bamba poteva risparmiarli, che avrei potuto usarli per i miei documenti. Ma sono stanca di ripetergli che dalla droga non ci uscirà più, che lo ha preso dentro, non riesce a capire e non ci riuscirà mai a capire che tra me e lui finirà tutto per colpa della bamba e della roba.
è successo così per caso una notte, la notte di Capodanno, la seconda notte passata fuori casa dopo aver rotto con Vincy, la seconda notte fuori con Giò, la bamba in macchina vicino al torrente a Val di non. Ora ci penso, e ci rido sopra. Il giorno dopo mi ha chiamato l'antidroga, e lo fa anche oggi, perchè alcol e droga per me non hanno effetti,  E da quella notte che la mia vita è cambiata, è da quella notte che la mia salute è peggiorata ed è da quella notte che ho capito che con lui mi sarei solo rovinata. Ma ero già stata chiusa in catene troppo tempo e volevo solo scappare lontano.
Ho imparato molte cose in questo anno e a dir la verità molte di queste me le porterò sempre come insegnamenti di vita , ho imparato come non tutto ciò che sembra oro lo è davvero.

venerdì 16 novembre 2012

Sei un film anche tu quando pennelli aspetti di luoghi che non conosco ed entri con prepotenza nell'obbiettivo della tua sceneggiatura come una protagonista.


È bella la pioggia sì. Se mi faccio un film di te sul letto col cane ai piedi mi viene la pelle d'oca e inizio a cercare sotto le palpebre un'immagine viva che ti somigli nell'immaginario delle donne che ho visto, ho toccato, ho sognato. Cerco un'immagine ricca di vita, non una foto ritoccata con luci innaturali come su un set di una soap opera, perché sei viva ma io non ti vedo con i miei occhi. Cerco di vedere una sagoma sdraiata sul letto e cerco i tuoi contorni, i tuoi capelli rossi, la curva delle spalle. Vedo la foto profilo che mostri qui, le altre foto che fai vedere online e cerco di farne delle altre con la voglia di trovarti, di ricostruire il tuo corpo per intero come se io stesso lo plasmassi, seduto su una sedia nella tua stanza. Il cane ai piedi, raggomitolato come una ciambella, come il mio che dorme di là sul suo cuscino per terra. 
Russa, forse sogna, si scuote e drizza le orecchie un attimo quando sente un rumore lontano. Poi torna a dormire. Poi si riscuote. Poi va a mangiare, poi abbaia perché vuole uscire. Il mio cane mi da tanto, me lo trovo sulla pancia la mattina quando mi alzo, me lo trovo tra i piedi e mi segue fino in bagno quando c'è il temporale e cerca protezione, vuole una carezza. È geloso di mia madre se qualcuno la bacia, morde mio padre quando bacia mia madre perché mia madre è la sua donna. Mia madre è la donna del mio cane. Mio padre forse secondo il cane è uno che vive lì per caso. Ma sicuramente il letto matrimoniale non è di mia madre e di mio padre. È di mia madre e di Billy, il mio cane ovvio. Il mio cane è un cane nevrotico, è vecchio, ha l'artrite, varie cisti sotto il pelo che gli fanno male. Si comporta sempre come un cucciolo anche se ha dieci anni. Mi scalda i piedi quando studio dai miei, quando mia madre esce un attimo e lui è inquieto, non vuole stare da solo. Si siede sempre sui piedi di qualcuno quando siamo seduti a mangiare, ti abbaia quando secondo lui è tardi ed è ora di andare a letto. Il mio cane pretende che mio padre vada a letto alle nove di sera. Si incazza quando mio padre va a letto più tardi, inizia ad agitarsi, ad andare avanti e indietro per le stanze. A volte quando è incazzatoincazzato gli ringhia, come se gli dicesse "vattene a letto, diamine, spegni la luce e la televisione. voglio il buio, andiamo tutti a letto, diamine, è tardi". Come se la mattina dopo il mio cane avesse chissà quali impegni. Magari amoreggia con la cagnolina di fronte o abbaia al vicino perché non lo sopporta, lo detesta da quando era cucciolo. Il fatto è che il mio cane che impegni ha? Non deve andare da nessuna parte. Vive di amore e di gelosie, mangia e dorme.
Io invece prendo il treno tutte le mattine. Alle nove e dieci devo essere a Rogoredo, alle nove e venticinque in Duomo. Poi prendo il tram 2 direzione Negrelli, passo Porta Genova e scendo in Via Ludovico il Moro, zona EMI, ex Richard Ginori. Questa è la mia routine. Milano la vivo di non luoghi: perdo più tempo ad aspettare treni e tram che a fare altro. Sono bloccato alle fermate come una pupazzo in balia di un vento che tira o forse non tira. Mi fermo e riparto. Faccio la stessa cosa che fanno i treni, le metro, i tram, rincorro sempre gli stessi luoghi in senso ciclico. Dipendo dal salire o no, dagli orari, dal fischiare frenetico di stazione in stazione. 
Per darti un'idea, se sono in università e la mia giornata piena va dalle 10 alle 17.30 (con pausa pranzo dalle 13 alle 14.30), non sono mai a casa prima delle otto di sera. Arrivo a casa e devo cucinare, poi devo studiare. Se trovo un lavoro da fare, devo anche lavorare. In linea di massima esco pochissimo durante la settimana a meno di non fare un live o un lavoro in esterna da qualche parte a casa di Dio. Alle sei e mezza tutte le mattine sono in piedi. Scarico la tensione nei weekend, quando posso, ma non sono più uno da folli divertimenti. 
La giornata invernale classica non può iniziare senza la classica nebbia pavese sul Ponte della Becca e i pendolari infreddoliti e muti in piedi sulla banchina della stazione. I pochi che parlano, se non parlano da soli, non fanno rumore. Parlano sottovoce, con la bocca semichiusa come se la nebbia e lo stridio dei freni sui binari dovessero mascherare per forza quello che si dicono perché è indecente, non si può dire ad alta voce sui binari del treno, è quasi immaturo parlare. Alcuni se parlano parlano di continuo del freddo, rivogliono l'estate. Se invece io penso all'estate mi sale l'angoscia di tante estati tutte uguali. Mi viene in mente la Sicilia, la casa sul mare poco distante dal passaggio a livello. Sento in bocca la ghiaia del viale che ora è diventato una colata d'asfalto fino alla statale, le grida delle madri contro i figli piccoli. La casa di mio padre che è nato lì, il suo mare freddo, mia nonna che ci prepara una scodella di pasta al sugo con le melanzane fritte, le zanzare a ogni ora del giorno, l'odore forte di pesce e di carne alla griglia misto a olive e arance verdi e aspre. A me piace quel mare, con la sua spiaggia che va sparendo a ogni nuova onda. Ma quella poca sabbia la preferisco vuota, quando non c'è nessuno. Quando sei solo tu, il mare, il bagnino, e la corrente è così fredda che se ti tuffi di testa ti sembra che il cervello ti si congeli nel cranio. Quando emergi inizi a sentire un po' di calore, ad abituarti, anche se dopo poco devi uscire per forza se no diventi blu e inizia a mancarti il respiro. Quando è freddo il mare è più pulito, non ci sono meduse, è pieno di pesci, si vede il fondale. Quando c'è tanta gente che urla la spiaggia è sporca, il mare è un brodo caldo pieno di meduse e l'acqua è affollata di corpi di tutti i tipi che fanno scappare i pesci. 
Non ho amici in Sicilia, non sono mai riuscito a legare con nessuno nel breve tempo della mia permanenza estiva. Siamo io, il mare, i pranzi e le cene coi parenti. Sono ormai tre anni che non scendo più proprio perché non so cosa fare. In realtà ci sarebbero tante cose da fare, ma non da solo. Vorrei portarci qualcuno. Portarti al bowling poco distante da casa mia e fare una passeggiata sul lungomare. Vagare tra le palme e i fichi d'india fino al museo del Satiro che di sera è ancora più bello nel suo bronzo verde iridiscente. Portarti a Segesta o Selinunte a vedere una commedia greca quando il sole tramonta di un rosso sangue dietro il teatro e il marmo del tempio luccica quasi se qualcuno l'avesse costruito accatastando cristalli di sale. Ammirare le ceramiche dei quartieri tunisini della città e il loro microcosmo a parte, la loro cultura nascosta. Le loro case di pietra, il cous cos e il profumo di spezie mi ricorda Istanbul, il gran bazar pieno di gente, le danzatrici del ventre e il tè alla mela. 
Mi piacerebbe tornare anche lì, come mi piacerebbe tornare in Norvegia, in Grecia, a Londra, a Edimburgo, a Parigi. Ad Amsterdam. Vorrei rivedere i fiordi in una stagione più umana, riprovare il brivido dello slittino a mezzanotte. 
Vorrei tornare in tanti posti rimasti con la vita vissuta in quei giorni in mezzo al petto. Avevo quattordici, diciottanni, ventanni, il tempo passa e si raschia via di tutto. Qualcosa rimane perché te lo tieni, ti aggrappi alle foto che hai fatto, ai sapori che hai sentito, ma tutto con gli anni è sempre più attutito, lontano e a volte credi addirittura di inventarti di sana pianta nella tua testa dei profumi, degli odori che in realtà in quei posti non hai mai sentito o ti sembra di avere la sensazione di aver fatto cose che se le hai fatte non le hai fatte proprio così, è solo una parvenza costruita di realtà. Inizi a confonderti tra i tuoi ricordi e vorresti avere impresso un codice meno ermetico per non sommare esperienze sensoriali di luoghi diversi, per non fare un pastiche indigesto o ingigantire emozioni minori. Vorresti poter fare il backup dei tuoi dati, mettere tutto in una chiavetta USB e avere la possibilità di riguardare certi momenti preziosi come se fossero un film. Il tuo film. Sei un film anche tu quando pennelli aspetti di luoghi che non conosco ed entri con prepotenza nell'obbiettivo della tua sceneggiatura come una protagonista. Un film che vorrei proiettare in camera mia, quando piove a dirotto e il rumore ritmico della pioggia culla i sogni più leggeri. Il film di un film che parla di acqua che cade dalle grondaie e scivola sui vetri: tu sdraiata sul tuo letto e io sulla mia scrivania con la lampada al neon a forma di tucano accesa. Due anime affacciate allo stesso specchio che ci permette di comunicare, mentre fuori le gocce si spaccano sulle strade. Di fianco a noi tutto quello che non possiamo dirci, perché siamo solo delle dita su una tastiera che battono a mezzanotte delle lettere. Tutto quello che è la mia voce che senti e non senti. La mia voce che parla senza parlare. La tua voce che mi arriva al petto senza dire. Io ce l'ho una voce, tu una voce ce l'hai. Mi piacerebbe una voce così anche se non dovessimo parlarci mai. Mi basterebbe sentirti così, la tua voce, senza voce, quando non la posso sentire perché abita con un altro che vorrei sparisse in uno schiocco di dita, col cane di un altro, sul letto di un altro. Sentirei anche così. Sentirei più di così. Tanto la gente non sente niente, non ascolta niente. La gente scarica migliaia di mp3 e non li ascolta. Li scarica e basta e li tiene lì. La gente skippa le tracce, la gente lascia le cose a metà e non capisce la bellezza di un brano quando finisce. Quei secondi di silenzio tra una canzone e l'altra in un album. Il vinile una volta quando finiva il lato A dovevi girarlo per passare al lato B. Il vinile si sentiva dall'inizio alla fine. Ora la gente dall'inizio alla fine non fa più niente. Preferisce arrendersi prima, scappare, correre. Perché abbiamo dei treni da prendere, perché dobbiamo sempre fuggire. Puoi entrare ovunque, tanto ti ho già fatta entrare. Hai la chiave di porte che io non conosco. 




Questo è il posto dal quale vengo, del quale non mi riesco ad immaginare neanche l'odore, ma al quale sono molto legata. Vivo in Italia da così tanti anni, che mi sento più italiana che altro. Sono fiera delle mie origini, nonostante io abbia perso le tradizioni, gli usi, i costumi, l'unica cosa che ho tenuto sono la lingua e il cibo.
Nonostante i giornali non ne parlino mai bene, nonostante ci accomunino troppo spesso a orde di zingari. Non assomiglio neanche ai miei compaesani, tutti fatti con lo stampino, io così diversa da loro in tutto, tutti li a 20 anni a progettare matrimoni, case, figli da fare, feste, mentre io non vedo l'ora che arrivi la sera per sentirmi viva.

                    Cosa mi ricordo del mio Paese?

Mi ricordo di mia nonna Marianna, dei suoi capelli corvini, i suoi occhi color nocciola, le sue mani grinzose, il suo bel viso, la pelle olivastra, la cultura mentale che un'altra donna della sua età non dovrebbe avere in un paese soggetto al Comunismo. La sua forza, l'andare avanti anche avendo perso il marito a 40 anni.
Non risposarsi .
Vivere sola in una casa immensa, e non sapere più come occuparsi delle bestie, dei campi, dei vigneti e dei frutteti.
Mi ricordo la stufa di terracotta bianca coi disegni blu in camera da letto, alta come la parete e con una base di 1m x 1m.
Ricordo le galline col ciuffo sulla testa e le piume sulle zampe, ricordo il profumo di mele appena fuori dalla porta d'entrata, e al solo alzare lo sguardo 2 alberi di melo rosso si ergevano imponenti, quasi a fare da scudo alla casa. Sembravano le mele di Biancaneve, rosse, succose, invitanti.
Ricordo la casa color turchese, col tetto argentato, i disegni sullo stipite, la paglia e la ghiaia sparsi in cortile, i cavalli nella stalla, l'orto lì vicino, il pozzo dove è morto il nonno, quel pozzo dove all'età di 2 anni mi ritrovavo a girarci attorno chiamandolo, cercandolo, senza rendermi conto che lui lì era morto e lì ci sarebbe rimasto, che non mi avrebbe più portato in spalla, che non avrebbe più gattonato con me, e che non ha avuto l'occasione di conoscere gli altri nipoti.
Ricordo l'odore di quella paglia, del fienile, dei tuffi che ci facevo, del fastidio sulla pelle.
Ricordo le pulci, che mi solleticavano la pelle, ricordo che adoravo mia nonna,  per me c'è sempre stata, lei è venuta anche in Italia per starmi vicino, lei non mi avrebbe mai abbandonata.
Cosa mi ricordo? Sono passati 10 anni ormai e ti parlo dei 2 mesi che passai lì senza mia madre, senza mio padre. Solo con mia nonna.
Ricordo bene il bosco, ricordo bene una mattina che ci siamo andate, io e lei a piedi, abbiamo camminato per ore, abbiamo raccolto i funghi, ci siamo divertite a giocare a nascondino, mi sforzo di ricordarmi quel bosco, quegli alberi alti che in Italia non ho ancora avuto l'occasione di vedere, l'ululato dei lupi, la tana dei cinghiali su cui volevo giocare, ma mi ha fermato in tempo, il terreno umido e freddo su cui sono scivolata, la mia eco che risuonava tra le fronde, e il suono della sua voce che mi ritornava indietro. Non sono più riuscita a trovare boschi così, così infiniti, da camminarci le ore in rettilineo senza trovare la luce, la via d'uscita, spaventosi a tratti, quasi come quelli in cui si era imbattuta e smarrita Biancaneve. 

Mi vorrei accendere una sigaretta, così per aspirare un pò di morte, cercarmela da sola, come se non fosse abbastanza quello che ci fanno respirare in giro, quello che ci fanno mangiare e le scorie che ci attaccano come se fossimo un bersaglio prestabilito.

Frugo  nella borsa, cerco il pacchetto di Winston, lo apro, sono quasi finite (ma mi basteranno fino a domani, tanto per quanto io fumi di solito, potrebbero durarmi anche un anno..basta che non esca fuori a bere), ne prendo una, la guardo con disdegno, la vorrei riporre al suo posto accanto alle sue compagne, esito, ma alla fine cedo, prendo il PC con me, cerco l'accendino, anche lui rosso, anche lui così pronto a darmi quella boccata di morte.
Entro in bagno, mi nascondo, Giò non vuole che io fumi, non dopo la polmonite che ho avuto quest estate, ma ora non è in casa, è al lavoro e prendo fiato, ascolto Max Pezzali " Lo strano percorso", guardo il video , e penso "Cocciante per ora basta così, sei troppo triste e malinconico per i miei scarlatti giorni".
Aspiro, aspiro con avidità quella piccola mandante di veleno, quella morte gratuita, canticchio, canticchio col fumo che mi esce dalla bocca, e mi sento ridicola, mi sento un pò bambina, mi sento come quando guardavo i film coi grandi e si presentava la scena del bacio e mi mettevo le mani davanti agli occhi. Mi piacerebbe sentirmi ancora  come quando ero bambina, mi piacerebbe essere ancora una esile ragazzina di 25 kg, alta 1.45, coi capelli biondi come quelli degli angeli, con gli occhi verdi e coi denti separati, con l'amore per gli animali, con zero preoccupazioni, che andava bene a scuola, che piaceva a tutti, che era sempre con un sorriso pronto per tutti, spontaneo, che amava stare coi bambini disabili e farli giocare, con la gioia di vedere l'albero di Natale, ecco cosa mi sono dimenticata di raccontarti.
L'albero di Natale, della magia che ha perso con gli anni, col crescere, del giorno che ho rotto le palle a mia Nonna, l'ultimo Natale di 10 anni fa, del pino gigante che mi aveva messo in corridoio, preso da quel bosco , quel bosco ora era entrato nel mio territorio, ma adesso non mi faceva più paura perchè era in  casa mia e lui non la conosceva. Ero io a comandare. Solo anni dopo ho scoperto che mia nonna, morto il nonno, non aveva più festeggiato il Natale, non è più andata in Chiesa, non ha più preso alberi di Natale, regali. 
Mio nonno adorava il Natale, comprare l'albero, i regali per me e i suoi figli, organizzare feste e cene. 
Mi sto rattristando, penso a lui, a come io lo ricordi solo da una foto, l'unica che abbiamo insieme, io una piccola monella di 2 anni, lui alto, massiccio, imponente , moro, scuro, coi baffi neri, con la camicia colorata e con dietro il fienile in un giorno d'estate, di torrida estate. La settimana dopo è morto. Non aveva mai voluto farsi fare foto, neanche al matrimonio, e così dal nulla dopo 45 anni ha voluto farsi delle foto con me. Ecco cosa mi rimane di lui.
Ora non festeggio neanche io più il Natale, faccio regali a 2 persone, perchè devo, non perchè veramente me la senta. Io e mia madre sono 5 anni come minimo che non festeggiamo più insieme, anzi che non passiamo neanche più in casa le feste, io sono sempre in montagna (prima con parenti e ora per i cazzi miei ) e lei sempre al lavoro o con le sue amiche, coi suoi amici, amanti. Non amo le feste, non amo il giorno del mio compleanno, pasqua carnevale, e quali altre stupide feste si sono ancora inventati. La mia festa comincia al calar del sole all'orizzonte. La mia feste comincia quando sento i boccali di birra schioccare e sento il pronunciare del "CHEERS".
Ecco come la vedo. Scusa le ripetizioni. Se dovessi scrivere meglio questo testo ci starei su altre 3 ore, ma nella sua imperfezione, rappresenta la realtà così com'è, come sono confusionari  i miei pensieri.


giovedì 15 novembre 2012

Chissà quanti attimi ti hanno rubato senza che tu davvero lo volessi, solo perché al momento non c'era nulla di meglio, nulla di più chiaro, nulla di più vero di quello che ti offrivano in quel momento.

Il mio appartamento è vuoto al momento, non vivo più con nessuno. Avevo un coinquilino di Messina, poi l'ho perso perché è andato a lavorare a Rimini. Era uno dei pochi con cui stavo costruendo un rapporto di amicizia vero, ci raccontavamo di tutto, uscivamo insieme la sera, andavamo insieme ai concerti, ci ubriacavamo come due matti, mi prestava la macchina, mi prestava di tutto, era sempre gentile ed è andato via. 
Sono rimasto solo con altre due camere libere. Non so neanche se le affitterò più. Ormai è casa mia, è la mia tana. Ho imbiancato le pareti, ho appeso qualche stampa di Picasso, Van Gogh, Monet, ho aggiunto delle mensole e ho cambiato la disposizione degli armadi e del letto con le ruote. Tutte le volte che mi giro quando dormo, la testata del letto sbatte contro il muro. Il vicino penserà che scopo come un riccio, ma non è così. C'è solo un girarsi e rigirarsi frenetico, alla ricerca di un sonno che a volte sembra non volere arrivare mai. Perché la testa dell'uomo accende il verde dei suoi pensieri quando dorme e invece di farti riposare dopo una giornata faticosa, ti fa riflettere, ti fa ragionare.
Ora qui in casa è tutto più mio, più compatto ed è un ambiente totalmente diverso dalle stanze spoglie che abitavo con Lorenzo e Margherita. Tornare a casa tardi e non trovare luci accese è come riabitare ogni giorno uno spazio che ha perso qualcosa, che manca di vita, di quotidiano. La mia quotidianità è viverci adesso come se fosse un passaggio comodo. Ci vado, ci dormo qualche giorno, quando torno tardi da Milano, per vivere un po' di indipendenza, per sforzarmi di imparare a cucinare, poi nel weekend torno dai miei, dai miei amici, torno da quello che considero la mia vita vera. Milano non è la mia vita. A Milano studio e lavoro ma non la frequento, specie di sera. Non sono nato a Milano, non trovo attrattive in Milano, preferisco l'Oltrepò, la provincia pavese, l'alessandrino. Ci sono pub, discoteche, cinema, pizzerie, e quello che vuoi anche lì. C'è stato un periodo in cui andavo al cinema da solo. Mi piaceva andare all'ultimo spettacolo o lo spettacolo del pomeriggio, quello in cui proiettano solo cartoni e ci vanno solo bambini. Prima andavo al cinema con gli amici, poi più nessuno ha voluto andare al cinema a una certa età: tutti al pub, tutti in discoteca, tutti dietro qualcuno come cani in fila indiana legati a un guinzaglio invisibile. Io andavo al cinema da solo. Ma c'è molto altro oltre a un cinema in cui graniticavo la mia indifferenza verso quello che facevano gli altri. Oggi dietro quella multisala, c'è una sala giochi che è diventata negli anni uno spaccio notturno a cielo aperto. Ma all'ex Medusa ora The Space, ci ho lasciato l'adolescenza. Lì e al McDonald ci ho lasciato le prime volte in cui uscivo la sera e per uscire intendo proprio "uscire" di casa. C'erano volte in cui andavamo al cinema solo per il gusto di uscire, non guardavamo neanche il film. Stavamo dentro, nei corridoi, a parlare di quante seghe ci eravamo fatti e pensando a chi, mentre le macchine del pop corn facevano un rumore infernale e qualcuno iniziava a limonare nascosto dietro il cartellone di un film dell'orrore.
Mi piacerebbe farti vedere i miei sentieri, i miei boschi, i miei anfratti nascosti tra le vigne e il verde della campagna circostante i luoghi in cui sono vissuto. Vederti tornare a correre lì, se non corri più perchè non vuoi più correre.
A volte esco di notte solo per vedere il cielo e d'estate è bello fermarsi sulla terrazza dei miei con un bicchiere in mano a guardare i fuochi d'artificio che sparano sulla collina di fronte il giorno della Madonna. Ne vedi il percorso, la scia bianca. Vedi le sagome delle persone che si allontanano per non farsi male. Vedi i daini che scappano impauriti dai botti e dal fuoco, si rifugiano in mezzo ai cespugli finchè il frastuono non passa e il colore delle esplosioni non smette di colorare la notte di rosso, blu, verde, giallo. La mattina mi svegliavo e andavo a cercare col binocolo dove fossero i miei daini. Poco tempo fa ho visto una femmina con dei cuccioli, ma era il periodo in cui iniziava la caccia e poi non li ho più visti.
Mi piace la campagna bagnata, il freddo che taglia le scapole, la pioggia che rovescia fango sulla strada, calpestare la melma, il suono che fa, i trecento metri che separano la casa della mia infanzia dalla statale e dal paese. Mi piace uscire la mattina quando nevica e tutto è bianco da fare male agli occhi. Ricordo la cioccolata che mia madre mi faceva una volta quando tornavo in casa dopo aver giocato a hockey sul fiumiciattolo ghiacciato con mio fratello e mio padre. Le altalene in giardino sono ancora lì, ma non mi dondolo più da un pezzo, non ci riesco più. Sono cresciuto, ho le gambe troppo lunghe. Una volta quell'altalena mi sembrava enorme.
Era tutto piccolo e inconsapevole una volta. Ero io piccolo. Per certi versi lo sono ancora, rimpiango le cose che facevo allora, la vita di allora. Vado più indietro che avanti. Anche tu non vai molto avanti, ti guardi indietro, pensi a un passato e lo stringi per non farlo passare. Come se avessi un setaccio nelle mani, setacci i giorni e parli di un carpe diem che non esiste. L'attimo non si coglie come una mela dall'albero. L'attimo si prende, si ruba, si fotte. Non ti regala niente nessuno in questa vita. Chissà quanti attimi ti hanno rubato senza che tu davvero lo volessi, solo perché al momento non c'era nulla di meglio, nulla di più chiaro, nulla di più vero di quello che ti offrivano in quel momento. 
Se devo piangere, lo farò quando sarà necessario. Quando l'imprevisto sarà così inatteso e mai visto da essere la cosa migliore che potesse capitarmi in ventitré anni di vita. Se gli anni diventeranno ventiquattro, venticinque, ventisei, non mi importa. Sarà più dura aspettare ma sono abbastanza temprato per resistere ancora un po'. Non voglio piangere per un bel film o un bel libro che posso leggere e vedere ogni giorno. Voglio piangere per qualcosa che vedo una volta e poi non è detto che la reincontri con lo stesso fascino di quella volta. Come quando una donna vede la foto di un'attrice bellissima degli anni '20 e pensa di volere essere come lei, ma non può. È un'altra epoca. Ti resta solo la foto di quell'epoca. Ti resteranno solo i messaggi di quell'epoca. È talmente lontana quell'epoca… 
Voglio piangere per qualcosa che vale la pena ottenere, anche se devo combattere contro tre, quattro, cinque persone che vogliono quello che voglio io. Non voglio piangere per una donna se mi piace e non la posso avere, e quando dico "avere" non vuol dire possedere. Io, se voglio, voglio a modo mio. Voglio volere col mio essere, ma non posso volere una persona se lei non mi vuole, se vuole solo i miei pensieri ma non si arrende alla realtà di un rapporto che solo mentale non può rimanere per non implodere e farsi male, non solo far male. Le parole dopo un po' finiscono. Puoi metterle in fila diversamente a formare nuove frasi, ma i concetti che sei riuscito ad esprimere una volta è inutile riproporli come un disco rotto. Funzionano fino a un certo punto e sebbene siano come vino che invecchia, così come l'essere umano invecchia e evolve con quello che si porta dentro, non può funzionare in eterno. In eterno tutto diventa aceto. In eterno tutto te lo dimentichi nelle credenze, tra le posate mentre sparecchi e ti guardi in faccia e non riconosci più il ragazzo di ventanni che eri. 
Non sei una cosa, sei una persona inquieta e io non riesco ad abbandonare la tua inquietudine perché è la stessa che mi scopa le ossa anche se non ti ho mai toccato. A volte capitano reumatismi d'inverno e non sai più se hai dolore per qualcosa che ti è successo o se provi dolore perché ti è successo qualcosa. Non riesco a non scrivere a una persona quando catalizza la mia attenzione e i suoi amanti non possono distrarmi da quello che posso e voglio scrivere. Io posso aspettare che questi amanti si facciano fuori tra loro con i loro stessi spiedi aguzzi con cui hanno ferito ognuno a loro modo. Io posso aspettare il momento giusto per farli fuori io con l'unica arma che ho e sento di avere: "stremare" come dici tu. Ma non vuol dire solo stremare un altro che non sia io. È uno stremare ogni mia forza con la medesima forza. È uno stremare autoprovocante e subdolo al punto da perdersi tra le proprie stesse righe, mentre cerco di controllare quello che dice l'altro come se volessi imprigionare degli atomi fuori controllo. Cerco di incolonnare una vita che non è la mia quasi volessi mettere in ordine una libreria: la storia, la politica, il catasto, l'anagrafe. In questo modo raduno anche i miei fogli sparsi e trovo un'ordine che credevo perduto anche tra i miei ricordi. Ne tiro un filo e spero che qualcuno usando anche i suoi fili ne faccia dei gomitoli per regalarmeli a Natale. Non vorrei altro a Natale quest'anno. Regalami dei gomitoli.
Mi viene in mente in "Un topolino sotto sfratto", la frase del padre che possiede una fabbrica di spago: "Un mondo senza spago, è il caos". D'altronde, fin dall'antichità, le parche tiravano i fili. 
Io di lingua ne parlo una. Ne vorrei parlare di più ma l'inglese non lo imparo. Non so nemmeno se ne parlo una di lingua, l'italiano, perché se ti facessi a voce discorsi del genere mi farei ancora più male, sentirei una fitta di imbarazzo atroce per non sapere inquadrare il discorso così come è chiaro nella mia testa, mi perderei. La mia voce può solo scriverli, parlarli in forma scritta.
La mia voce può anche cantarti "adesso spogliati come sai fare tu", ma Cocciante è Cocciante e io non sono Cocciante anche se canto Cocciante. Perché non l'ho scritta, perché questa canzone l'ha scritta lui. Così come i tuoi problemi li devi superare tu, perché sono tuoi. Li hai scritti tu. 
Mi piacerebbe che tu stessi bene, che non piangessi per qualche stupido, che non fossi stupida quando ti senti di esserlo e in quell'occasione ti buttassi via. 
Domani mattina ho un esame e sono qui a mezzanotte e venti a parlare con te che non ci sei, quando dovrei andare a dormire, riposare. Evidentemente dell'esame mi importa poco



Ho detto al mio moroso che sono stanca, stanca di lui, della droga e di me che trovo un piccolo conforto nell'alcol e nella distruzione.
Dove sei ? Perchè non ti incontro mai? Perchè non posso vivere di semplici "come stai, cosa fai?com è andata la giornata?" ma questo non succede mai e ci perdiamo per pochi attimi, mi fai discorsi completi, che  adesso capisco poco, capisco poco perchè ho bevuto troppe rosse.. e io sono rossa..
Lascia stare, sto delirando..ho detto al mio moroso che da domani può considerarsi single..credi che lo farà?io non credo..eppure più ci penso e più mi viene spontaneo da chiederti dove vivi? e a quanto affitti?.. eppure non lo faccio..eppure starei troppo bene sola, che se venissi a coninquilinare( so che non esiste come parola ma rende l'idea) non credo che cambierebbe molto..io amo le tue parole, le parole che mi affascinano, parole che mi catturano...ma sarei disposta davvero a mettere in gioco me stessa? ti scrivo domani..ora sono quasi le 3 e mi deve passare la sbornia. Ciao Tommaso.


Ciao Tommaso. Eccomi qua. Scusa per ieri, scusa se ho scritto poco, se ho scritto male.Se ho scritto.

Sono stesa in questo letto, con un PC in braccio, come tutti i giorni, come se fossi diventata schiava di questo internet che ci ha contagiato così tanto. Guardo fuori dalla finestra, sembra essere diventato un gesto così normale, che mi sembra quasi di essermi fusa col copriletto in una paralisi quasi permanente e prettamente pomeridiana. ( Sarà che vivo di notte, che è davvero la notte il momento del dì che preferisco. Che mi completa, che mi fa apparire più simpatica.)
Cocciante nelle orecchie, oggi sono i suoi giorni, il cane alla sinistra dei miei piedi, fosse almeno il mio cane, lì che dorme appallottolato come un gatto, io adoro i gatti, adoro la loro indipendenza, il loro menefreghismo, il loro essere ruffiani, il loro venire a cercarti quando ne hanno voglia non quando lo vuoi tu, i gatti non sono come i cani che ti cercano e che ti stanno attorno solo per il cibo, i gatti non sono così stupidi che se vedono un guinzaglio iniziano a menarla per ore. Penso al mio gatto, a quando lo avevo, al giorno che l'ho portato a casa, al bene che gli ho voluto, ecco forse lui l'ho amato, penso a quando tornavo da scuola alle 2 e me lo trovavo giù dalle scale ad aspettarmi, che graffiava sul portone, che mi accompagnava la mattina alla porta, e iniziava a miagolare quando sentiva le chiavi nella toppa. Penso a quando saltava giù dal 2 piano, a quando lo cercavo per ore in cortile, nei campi di melga, penso alla notte che mi svegliavo dal caldo e lo trovavo vicino alla mia testa come a farmi da cuscino, penso che lo abbracciavo come un orsetto prima di addormentarmi e lui stava lì buono fino a quando non chiudevo gli occhi per entrare nel mondo dei sogni. Penso che era diventato una palla di grasso e mi ricordo che assaggiavo tutto quello che gli davo da mangiare, che se non mi fosse piaciuto piuttosto lo avrei buttato, diciamo che lo viziavo e  se ci penso ora non lo rifarei, poi coi problemi che ho ora a mangiare molte cose, ma lui era il mio Loco, il mio piccolo batuffolo di cotone arancione, col pelo folto, con gli occhi verdi e disegni strani al posto delle solite righe del manto. L'ho dovuto dare via dopo un anno, mia madre ha scoperto di essere allergica ai peli del gatto, o forse si era solo stancata di averlo per casa. L'ho odiata, e lui lo sapeva che se ne sarebbe dovuto andare via. Infatti se ci penso ricordo che era diventato anche molto più silenzioso i giorni prima che lo portassi in cascina, come a dire, io non faccio male a nessuno tienimi qui con te, ti prego. Ho pianto tanto, non riavrò mai più un rapporto così, sarà anche per questo che odio il cane di Giò, perchè non vedo l'ora che muoia, che io rimanga sola in casa. 
Ma perchè non piove più? è cosi bella la pioggia!!!
Mi immagino la tua voce , e mi fa strano perchè mentre rileggevo come sempre i tuoi scritti ha cominciato a formarsi una voce labile , leggera, un pò secca, frenetica. Sto farneticando. Vado a vestirmi, metto in moto il mio corpo, vado a fare la spesa. Vado a scoprire altri mondi culinari. Ciao Tommaso, un giorno so che mi mostrerai anche i tuoi boschi.

mercoledì 14 novembre 2012

Voglio morirci dentro, perdere il senso del tempo, dare la mia vita senza senso a qualcuno pur di averne una in cambio. Senza inganni, senza trucchi, senza comparse che sbucano da ogni dove.


Io sono già innamorato di te, almeno di quello che scrivi. Ci si può innamorare di cosa scrive una persona? Dei suoi pensieri, di come li butta giù? Non lo so. Forse sì. La mia vita è fatta di "forse", di "ma", di "però", e forse è per questo che ad altezza cuore non concretizzo mai niente. Mi fai male quando dici che non sai amare, perché è quello che penso anch'io di me. A me probabilmente fa schifo il sesso, mi fa schifo avere il desiderio di toccare, toccarmi. Non mi piace quello che vedo, le sensazioni che sento e l'angoscia che provo quando l'orgasmo finisce. Non mi piacciono i pensieri che faccio, gli incubi ad occhi aperti e i sogni che non realizzo. Mi faccio schifo io perché non so realizzarli o perché non trovo la persona che mi liberi dalle mie zavorre mentali. Non sono gay, le donne le adoro, ma mi sento sporco e violento quando eiaculo e non me ne frega più niente del resto. La realtà di quei secondi è cruda e aspra come una molla che schiacci e si risolleva di colpo, e il corpo di cui mi nutro in quei momenti e a cui voglio dare tutto, dopo tutto mi sembra una carcassa di carne abbandonata sulla spiaggia d'ossa del mio letto. Non sento quasi mai eccitazione e sento solo una febbre calda per come sia andata un'altro volta così, finisco quindi per chiudere tutte le porte con la mente. Lascio tutto fuori. Lei non può più entrare, tanto è inutile. Non la faccio entrare perché tanto io non voglio più entrare in lei. Credo di fermarmi sempre prima, ho paura di scavare perché ho paura di trovare troppo poco. Io penso che quando troverò quel tanto che mi serve piangerò. Probabilmente, mi verrà un colpo, uno di quelli che ti lascia secco e allora forse quel godimento di cui la gente parla sarà qualcosa di autentico mentre lascio la vita. Ho paura di non trovare mai quello di cui la gente blatera e ho paura anche di parlarne perché non mi va di sembrare troppo debole a svelarne l'assenza nella mia vita. Voi donne volete l'uomo forte e diretto. Io non sono nè l'uno nè l'altro, però penso di poter dare tanto anche se il mio essere complicato e il non avere i pensieri limitati che altri hanno, mi frena. A volte vorrei essere la ragazzina che se ne frega di tutto e tutti e pensa solo alla festa in piscina. Se ne frega del compleanno di sua madre, di suo padre, della cena coi nonni, della scuola e non studia più. Le interessa solo il suo piccolo mondo egoista da primadonna del cazzo. Mi piacerebbe essere per una volta quel menefreghista che pensa solo al calcetto e non ha altri pensieri al di fuori del pallone, della schedina da giocare la mattina mentre va al bar a prendere il caffè e si fa un bicchiere di bianco appena alzato. Ma in realtà la gente non è così limitata così come sembra a me. Sono io che sono limitato a vederli così. Anche la ragazzina che se la tira e il perdaballe da bar hanno le loro ansie, le loro preoccupazioni. Però in tutto questo io continuo a non capire perché la ragazzina deve deridere un suo coetaneo che ci prova con lei, nè perché il calciatore deve raccontare agli altri al bar come lo ingoia bene una ragazza di cui fa nome e cognome. Non so, non lo comprendo, io le prese per il culo non le sopporto, mi hanno strozzato da piccolo e ora quando qualcuno viene preso in giro vorrei solo fare a pezzi il suo aguzzino. Non rivelerei nemmeno mai nulla della mia vita sessuale con dettagli specifici per suscitare risate in un auditorio di maiali, però c'è gente che si diverte così tutti i giorni. Sarà banale, l'avrò già detto, ma io vedo un mondo violento con cui non riesco a parlare e mi trovo bene solo quando sono da solo, in camera mia, a riempirmi la testa di musica, a scrivere musica, ad ascoltarla. Sono dell'idea che l'unico innocente di questo mondo è il mio cane e a volte mi sento talmente turbato da questo sentirmi solo con me stesso che potrei svenire in strada per come mi sento male. Ho degli amici meravigliosi, ma non mi bastano. I miei compagni di corso li sento diversi da me: sempre con una canna accesa, i loro discorsi superficiali. La gente con cui lavoro la sento a pelle diversa da me: il loro potere, la loro ricchezza esibita, la loro arroganza. Non so mai se è una maschera o no questo atteggiamento con cui una persona tende a gratificarsi e quando ci penso a volte tendo ad odiare persino il mio lavoro e quello che studio. Mi chiedo se ho sbagliato tutto, se voglio davvero questo, se mi piace davvero un ambiente da vivere tutta la mia vita così provvisorio, inquieto, distante. I miei lavori non mi soddisfano abbastanza per chiamarlo "lavoro" e i soldi che ci faccio sono troppo pochi, non sono abbastanza per avere un'attività continuativa che mi garantisca quello che la società chiama "futuro". Non sono realizzato, non mi sento realizzato, mi chiedo se lo sarò mai o se dovrò passare una vita intera ad inseguire cose di cui non sono soddisfatto appieno perché rappresentano solo una parte di me. Vorrei indagare l'altra parte, guadare nei perché di un "esiste un'altra parte", farla immagine. Essere con lei come sono con l'altra, impegnarmi di più, non farmi soffocare solo da poche cose. Vorrei vedere il tutto come vedo il singolo. Vorrei provare una volta a vedere una donna come alcuni la vedono al primo incontro: carne da usare. Invece io la vedo così dopo, la vedo così durante e prima mi sembra tutto bello, chiaro, senza ombre. Non è mai così, di ombre ce n'è in quantità industriale, come se bruciassero sullo sfondo. Quasi sembra che qualcuno mi abbia messo al tornio dell'oscurità e, invece di fare tondini di ferro alla pressa, mi abbia messo a creare spettri che si nutrono dei miei sogni, ne fanno granelli sparsi, li passano in un setaccio e ne rimangono sempre meno. 
Non mi piace questa autodistruzione che mi mangia, mi rende calvo, non mi fa stare seduto mezz'ora senza gridare incazzato con qualcuno che non c'entri niente col mio carattere, con la mia vita chiusa nel mio sterno magro. Qualcosa di un me lontano forse è rimasto ancora ma sta scomparendo, si sta spezzando come un ramo secco. 
Se penso ai miei errore, forse covo dei rimorsi violenti e dei traumi profondi e non riesco a confessare a me stesso come e perché si sono formati. Perché queste crepe, perché da un dito ora ci passa un braccio, perché è sempre peggio? Non mi importa, quando il dolore è violento e condiziona anche le tue notti ci fai l'abitudine. Non ti importa più. Capisci che compatirti non serve, che le persone a cui fai rivelazioni sentite sul tuo essere e su di te le allontani e basta, non le porti verso di te.
Io ho imparato ad amarmi. Io mi amo per quello che sono, tutti i dubbi che sono, tutte le paranoie che mi ruotano attorno, la malinconia ansiosa, l'inquietudine perenne e costante partorita l'ultimo giorno in cui ho pensato di essere felice. Poi la felicità non l'ho più sentita. Ho sentito delle piccole soddisfazioni, delle brevi manifestazioni di affetto, ma la felicità come me la ricordo da piccolo quando mia madre mi chiamava che era tardi e io raccoglievo i lego per terra e andavo in cucina a mangiare e lì c'erano mio padre, mia madre, mio fratello, tutti sorridenti e c'era il mio cane che è morto impiccato dieci anni fa ucciso dal vicino e scodinzolava e non mi ricordo neanche più la macchia nera che aveva sul muso…
Non amo la mia bellezza, non mi sento bello fisicamente, non mi sono mai sentito tale, non ci riuscirò mai a sentirmi bello. Se ho una bellezza è qualcos'altro, è da qualche altra parte, è un'altra forma di virtù, ma nei miei difetti tutto si perde e tra le parole tutto resta solo in mezzo alle parole e mi fa solo male parlare, parlare e parlare di nuovo.
Ti vedo confusa tra due fuochi. Dal mio punto di vista, dovresti spegnerli tutti e due. Lo dico nel mio interesse, ovvio. 
Tutte sono fidanzate, le donne per cui provo e ho provato un interesse. Per tutte non sono mai stato che una seconda scelta, una terza scelta, un amico quando non volevo esserlo, quello a cui proporre solo del sesso, quello a cui proporre un rapporto a tre perché "lei ama tutti e due". Io non ho mai amato una e lei ama tutti e due. Lei è stata così amata che può permettersi di amarne due. Io non posso permettermi nemmeno di amarne una. Perché se la amo spunta fuori qualcuno e di quel qualcuno non se ne parla mai subito. Compare sempre dopo, come un attore di teatro che ne sostituisce un altro nelle rappresentazioni meno importanti. Perché io tanto di "amore" non parlo mai. Non l'ho mai detto a nessuna "amore", nè credo lo dirò, per lo stesso motivo per cui non riesco a dirti che sei bella. Perché "amore" è una parola troppo vera da buttare addosso a una cretina che ti apre le gambe. Perché "bella" sarebbe troppo bello per essere vero e dirlo a una persona che ne ama due e non ama te sarebbe come sciuparlo. Io non voglio sciupare aggettivi a cui voglio dare un valore, nè sostantivi che addosso a una donna che non mi ama sarebbero superflui, come dei diamanti regalati, come se comprassi il tuo corpo con dei ninnoli, dei gioielli e altre cose che non dimostrano niente. 
Non sei una troia. Sei solo umana, è il peggior difetto di tutti, non solo tuo. È il peggior difetto dell'essere umano essere umano con i suoi difetti. Non ci può fare niente. È così.
Io non voglio una amante. Non voglio il tuo corpo una notte, non so neanche se riuscirei a farlo con te sapendo che sei effimera o che posso avere solo il tuo sesso. Non so che uomini frequenti e tutto quello che ho detto fino adesso ti potrà sembrare assurdo e ridicolo, troppo romantico o non ne ho idea. Io personalmente nei miei casini non trovo una pillola dolce e tra le lettere, tra le parole, vedo solo degli spazi in cui la disillusione scava sempre di più il suo pozzo. Prima o poi toccherà terra, si fracasserà in un altro emisfero dove le nebbie si diraderanno e degli alberi non vedrò più cadere le foglie nel vuoto ma in uno specchio d'acqua pura senza onde. Puro come un cane è puro, come l'aria, come il vento, come le feste che ti fa quando ritorni a casa dopo una giornata pesante e ti viene incontro. 
Il mondo ferisce, da e toglie. 
A me non ha dato un sacco di cose e la colpa è anche mia.
Potrei dirti che sei viziata. Viziata da un non accontentarti, viziata dal quotidiano che erode i rapporti e li fa sembrare annacquati e spenti, viziata dal tuo voler scappare e non scappare mai, come una bambina che continua a sognare qualcosa di irreale e mistico. Come se la salvezza fosse sempre altrove, da un'altra parte. Non è così. La salvezza ce l'hai tu. Tu puoi decidere se salvarti o no. Non c'entra un cazzo dove sei o dove vuoi andare. 
I luoghi ti fottono: se io penso a un lungomare in Liguria d'inverno, penso a mio nonno e a quando passeggiavamo mano nella mano in spiaggia. Poi penso a lui steso in una bara con una canna di plastica sotto il mento per non fargli cadere in avanti la testa, perché un cadavere deve sempre guardare in alto, verso Dio, non può guardare in basso o dà l'idea di un morto del cazzo che non ha più vita e non riesce più a tenere la testa dove Cristo vuole.
Fai le tue scelte e scappa. Ma scappa senza andare via
Non ti fare trascinare da un "ti ricordi", un tramonto del cazzo e un bacio dato per caso o un bacio mai dato e uno sguardo che hai perso e non hai più ritrovato. Non dire che non vuoi un fidanzato, perché tu un fidanzato lo vuoi se no non ti dibatteresti come un pesce che cerca l'acqua tra varie scelte. Al massimo vuoi una pausa, vuoi un distacco da qualcosa che ti inizia a soffocare, vuoi prenderti una vacanza. Ma se chi ti piace non vuole darti questo distacco, vuole starti attaccato come una calamita fredda, vuol dire che non rispetta la tua confusione. È palese questa confusione, ma io non voglio aiutarti a snebbiare il tuo fumo. Se ti aiutassi inquinerei i tuoi equilibri. Il perché l'hai capito, te l'ho già detto. Se devo prendermi qualcosa, almeno una volta voglio tutto. A costo di morire dissanguato per un nocciolo caldo, vero e che vale, voglio tutto. A costo di fare e farmi male come mai prima, voglio prendermi tutto come si razzia una tavola imbandita. Voglio morirci dentro, perdere il senso del tempo, dare la mia vita senza senso a qualcuno pur di averne una in cambio. Senza inganni, senza trucchi, senza comparse che sbucano da ogni dove. 
Voglio provarci con i miei mezzi. Con le mie mezze tinte, le mie mezze parole. Non sono un altro, non sono finto.
Io sono così, sempre. Ed è sempre più pericoloso. 
Ciao.



Più ti parlo e più mi innamoro IO delle tue parole, e il che è strano perchè mi successe solo per l'unica persona della quale posso ancora dire, le ho dato il cuore, anche se poco, anche se non lo amavo, gli ho regalato attimi della mia vita e per lui ho pianto molto.

Si sono viziata, viziata perchè è questo che hanno fatto con me fino da bambina, contesa tra 2 genitori troppo occupati a odiarsi e a farsi una guerra per guardare me, troppo occupati dal rendersi conto che 2 anni fa ero entrata in anoressia e depressione, troppo occupati dal vedere che il mio moroso all'epoca aveva cominciato a farmi una guerra psicologica a mettere in pericolo la mia vita e allo sfiorare di mettermi le mani addosso. Troppo occupati a dirmi ti do i soldi per quello e quell'altro quando io avevo bisogno solo di sentirmi dire: "ti voglio bene". Anche ora che ho 18 anni, i miei genitori non mi hanno mai detto ti voglio bene, me lo dicono sempre gli altri, Kim i tuoi ti vogliono bene. Ma come ben sai non è la stessa cosa. Che dirti, io non provo piacere quando copulo, si mi piace, mi piace stare sopra, dominare, andare al ritmo che voglio, come a dire, sei solo un pezzo di carne e quando mi stufo non aspetto neanche che l'uomo finisca, non vedo l'ora che se ne vada, è di questo che ho paura ogni volta, ho paura di guardare la persona che ho accanto finito il tutto, di guardarlo negli occhi e vedere il vuoto, vedere solo 2 occhi niente più. E pensare che con quello che ti accennavo non ci ho fatto l'amore per un anno, e io per quanto mi piacesse fare sesso, ho accettato. Ho accettato perchè un pò ci tenevo.

Sono in mezzo a 2 fuochi. Non ho bisogno di un ragazzo, sono una donna che di uomini non ne ha bisogno, non ho bisogno di qualcuno che mi protegga, sono abbastanza grande da difendermi e prendermi le mie responsabilità, eppure voglio qualcuno, qualcuno che mi cerchi ogni tanto, qualcuno per cui io esista, e non come per i miei genitori. Qualcuno che mi chieda come stai, se ho bisogno di qualcosa, e anche se il mio orgoglio mi imporrà di rispondere sto benissimo e non ho bisogno di niente, so di mentire a me stessa. So che mi farebbe piacere, e anche dispiacere poichè io non so amare. Io non riesco, per quanto io mi ci sforzi, per quanto io mi ripeta, tu sei una persona sensibile, e sai amare, per quanto io possa inventarmi uno stupido mantra del tipo "AMA e SARAI AMATA" non funziona. Io non amo e loro mi amano, non è per essere egocentrica, ma molti di quelli con cui parlo soltanto e con cui faccio un discorso in più di 5 righe, si innamorano di me, o per meglio usare altri termini, si invaghiscono della mia persona, del mio aspetto, del mio cervello, come se io fossi la loro droga. Suona un pò macabro, ma io ho visto cosa vuol dire uomini che ad un rifiuto ti tormentano e alla fine si lanciano ai tuoi piedi in un pianto disperato. 
Non so perchè io non prenda le mie valigie, non so perchè io non vada da mio padre, ho la MIA casa, perchè io non vada da mia madre, ma credo che sia la paura di dir loro, HO FALLITO, ho fallito ancora, per l'ennesima volta, sono ancora una volta una delusione, e non voglio sentirmi dire DOVEVI ASCOLTARCI!

Una frase mi aveva colpito in vari libri che ho letto, e in entrambi il succo era questo "PUOI CAMBIARE IL CIELO MA NON L'ANIMA", è vero quello che dici, io posso scappare quanto voglio, ma se non trovo me stessa da un'altra parte che cosa ci guadagno?

Io amo correre, ma sono ormai anni che non lo faccio più, una volta correvo per dimenticare, per rilassarmi, per tenermi in forma, per farmi guardare da quelli che passavano sulla ciclabile, per sentire il suono dei passi sull'asfalto scandire attimi della mia vita. Ora non lo faccio più non ne ho più la passione, la voglia, il coraggio. E vorrei scriverti ancora solo che è tardi, domani mio malgrado devo andare a scuola, devo alzarmi presto, e provvedere allo studio che non ho fatto in un intero pomeriggio.

Oggi dopo che ti ho scritto ho avuto la sensazione che non ti avrei più sentito. Grazie. Ciao Tommaso.

Rileggo da ore il tuo messaggio, come a voler trovare qualcosa di nascosto tra le righe, ma in realtà è tutto lì sotto i miei occhi, nessun messaggio in codice, nessun indovinello, queste conversazioni così diverse dal solito, cosi complete, sanno stremarmi, sconvolgermi, perchè non fanno parte della mia normale routine, non fanno parte della infinità di domande che ti potrei rivolgere, solo per conoscerti, ma per conoscere davvero cosa? le tue generalità? davvero mi interessa sapere se sei del nord o del sud, se sei credente praticante ateo, se davvero riuscirai a non farmi chiudere la chat senza leggere quello che mi hai scritto. Non lo so..credo di vivere nella certezza del niente, e la felicità, la felicità l'ho buttata via un giorno, l'ho nascosta, le ho detto,"stai lì buona e aspettami, un giorno cammineremo insieme per strada io e te mano nella mano", penso di averla persa piano piano per strada, mentre passavano gli anni, mentre diventavo consapevole, mentre capivo che i soldi non fanno la felicità, l'ho persa quando ho smesso di correre, di disegnare, quando ho perso il mio gatto, quando la notte uscivo e non rientravo in casa, quando cercavo di andare via, e cercare un cielo senza anima. E mi ritrovo a chiedermi, per tutta la vita ho cercato di essere normale senza che nessuno mi credesse inferiore solo perchè non sono nata in un paese democratico come l'Italia, solo perchè parlo 2 lingue senza accento, e perchè il mio cognome non è Rossi e nemmeno Verdi.

Che dire sto ascoltando "Bella senz'anima" di R. Cocciante. Che bella canzone.

Ma c'è un posto in cui io possa gridare senza essere presa per una matta?!

Si può essere gelosi come la merda da voler prendere il pc e materializzarlo in testa a certe persone?

Ci si può sentire soli? Anche se il giorno si è circondato da mille e una persone? Anche se tutti ti scrivono ti commentano? Ti fanno complimenti? Si che si può essere...

Fanculo, Tommaso, oggi non ho niente da dire. Mi sta venendo da piangere scusa. Ciao.

martedì 13 novembre 2012

Sento freddo, e vorrei essere avvolta da una pioggia di farfalle

Sento freddo, e vorrei essere avvolta da una pioggia di farfalle.

Brian Crain - Wind
Ascoltando questa melodia, ho la certezza che tu non ci sarai più per me.
Che io non ci sarò più per me stessa.
Che mi sto rovinando, che ci stiamo rovinando.
Sono 4 ore che sono qua ad aspettare, come tutti i pomeriggi chissà poi cosa aspetto veramente.
Davvero sono così stupida da attendere che tu bussi alla mia porta, che verrai a dirmi in un solo sguardo tutto quello che non mi hai detto mai? Non ci credo, nonostante tutto aspetto che sia così. Sono un vuoto a perdere, da colmare, e tu dove sei ? Quando riuscirai a colmare tutto questo spazio, quando lo riempirai con la tua vita? Quando intrecceremo i nostri giorni?
MAI, mi dico mai, troppo diversi, troppo lontani, troppi anni, troppi baci, troppe lacrime, troppi tradimenti, troppe menzogne, troppa droga, troppo sesso, troppi perchè, troppi come, troppi quando, troppi adesso o mai più. Penso che a sbagliare siano i troppi quando una cosa va male, c'è sempre qualcosa di troppo.
Un soggetto di troppo, un bacio di troppo, una parola di troppo, un insulto di troppo,una birra di troppo,  un'assenza di troppo.
E allora qual è la ricetta dell'amore perfetto? E allora perchè i miei nonni alla veneranda età di 70 anni si spalmano ancora il burro e la marmellata sul pane come facevano da giovani prima di andare a lavorare? Ma esisterà ancora quell'amore? Esiste ancora quella persona oppure siamo nati in un'epoca che amare non è più un verbo ma un'utopia.

Brian Crain - Rain


Questa sono io. Ciao Tommaso...Ciao.

Oggi ti ho scritto su Chatta, come sempre quando ti scrivo sono in condizioni pessime, e forse vorrei poterti scrivere in giorni felici, ma davvero non avrei niente da dirti. Oggi però ti ho confessato, ti ho confessato di LUI e di Giò, della vita che faccio, e di molte cose che potrebbero ferirti e farti cambiare opinione su di me. Oggi sono io Tommaso, questa sono io, coi miei pro e coi miei contro, con la mia paura di amare e di vivere, e con la paura degli altri delle conseguenze. Mi sento un pò il burattinaio che muove le marionette in scena, e che se volesse ne sostituirebbe una a suo piacimento, anche la protagonista della fiaba solo perchè da bambina la odiavo, mi sento come se a muovere quei fili avessi sbagliato tutto, come se è per colpa mia, se  per averGLI detto che non avrei lasciato Giò per LUI adesso ci vediamo così poco. Come se fosse per questo che non mi prende e mi stringe a se senza lasciarmi più andare. Ma forse come burattinaia valgo ben poco, anzi troppo poco, non è il lavoro per me, e dovrei mettere da parte le marionette e rimanere sola a ridipingere la scena dei miei spettacoli. Dovrei farlo, io lo ammetto, io lo so, però non è quello che mi sento di fare, sono così brava a parole, a consigli, sono così brava con le lettere, che non riesco a essere brava a metterle in pratica.
-QUELLO CHE NON C'E-

Ho questa foto di pura gioia
E' di un bambino con la sua pistola
Che spara dritto davanti a se
A quello che non c'è
Ho perso il gusto, non ha sapore
Quest'alito di angelo che mi lecca il cuore
Ma credo di camminare dritto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Arriva l'alba o forse no
A volte ciò che sembra alba
Non è
Ma so che so camminare dritto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo
Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello
La chiave della felicità è la disobbedienza in se
A quello che non c'è
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
Quello che non c'è
Curo le foglie, saranno forti
Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti
Ma questo è camminare alto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Ed ecco arriva l'alba so che è qui per me
Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è
Fottendosi da se, fottendomi da me
Per quello che non c'è

Mi piacerebbe vederti fradicia come un pulcino bagnato e un po' brilla. Trovo la pioggia affascinante, sentirla addosso è inebriante, così come passarmi una mano sui capelli fradici e continuare a camminare con le mani in tasca.

Io di amiche, solo amiche, ne ho, ma alcune che credevo tali poi hanno iniziato ad avere delle pretese su di me e mi hanno deluso tantissimo. Nel senso, ho capito che volevano cambiarmi, che gli piacevano di più le cose che facevo rispetto allo stare con me, che mi chiedevano solo a cosa lavoravo, con chi lavoravo e "wow, che figata" ma non gliene fregava nulla di come stavo. Ho avuto l'"onore" di fare lavori "molto cool" e ho conosciuto ragazze che me l'avrebbero data all'istante solo perché "ho conosciuto, ho visto, ho fatto cose molto cool". Perché funziona così, basta un tesserino addosso con su scritto "Warner Music Staff" (basta anche che ce l'hai addosso una sera) e le hostess più belle che in strada ti trattano come uno sfigato qualunque in quell'occasione diventano molto carine e disponibili. 
L'emancipazione della donna mi mette addosso vibrazioni negative, ti incazzerai ma è così… quando una donna mi parla di emancipazione mi viene in mente una ragazza di ventisette anni con cui ho lavorato che dava ordini a destra e a sinistra a una squadra di operai uomini. Mi viene in mente in particolare il dialogo tra lei e un quarantenne nero alto due metri:

Lei: Vammi a prendere quell'altra cassa sul camion.
Operaio: Il mio turno è finito. Sto andando a mangiare, chiami un altro.
Lei: Marco segnati il nome di questo stronzo e fallo licenziare. Non mi interessa se è qui da un mese. Io non voglio stronzi in giro. Marco, hai capito?
Operaio: Mi dica "per favore" e forse quella cassa gliela prendo.
Lei: Marco, hai sentito? Marco, hai sentito come mi ha risposto? Marco, fa licenziare questo stronzo…

Io non mi considero maschilista, ma questa scena ce l'ho impressa a fuoco in testa perché mi ha fatto sentire molto a disagio e infuriare un casino. Io, avessi avuto la muscolatura dell'operaio quarantenne, quella ventisettenne l'avrei picchiata a sangue e forse uccisa.
Emancipazione equivale ad avere potere: potere di fare, di decidere. A me il potere fa schifo. I potenti, di solito, sono quelli che da piccolo ti prendevano per il culo. Il potere è in mano agli stronzi e chi non è stronzo quando ha potere lo diventa. Non credo che in mano alle donne il mondo possa essere diverso. Forse l'unica cosa positiva a livello globale che potrebbero diminuire sarebbero gli stupri. O nemmeno quelli. Capisco comunque quello che tu dici, con la differenza fondamentale che io non sono una donna.
Ti ho raccontato l'episodio "Warner" proprio per provare a farti entrare in quella situazione folle e anormale di "potere maschile", perché non ha nulla di normale. Perché il potere vero, di cui tutti parlano è questo, è il diventare altro da quello che si è o accentuare aspetti della propria personalità che nel momento in cui hai potere possono traboccare. Il potere vero non è solo avere tanti soldi. Il potere vero è uno status d'appartenenza. Io per la Warner ero solo un assistente alla regia audio come tanti altri, carne da macello preda di un costante ricambio. Per le hostess invece diventavo automaticamente uno strafigo, un pupazzo con un marchio di una società neanche mia in testa per poter dire all'amica del cuore "ho limonato con uno che lavora in Warner, è stato così gentile…".
Di amici ne ho persi parecchi. In particolare uno, non l'ho più nè visto nè sentito. Io poi sono troppo orgoglioso per alzare il telefono dopo un anno che non ci vediamo e chiedergli come sta. Non ce la faccio proprio. E quindi perdo un sacco di persone. Perdo anche un sacco di cose. 
La mia coinquilina se n'è andata perché tra di noi si stava creando un rapporto morboso e inquietante. Ci trovavamo la notte in casa, parlavamo di tutto con l'ansia microscopica di sapere ognuno tutto dell'altro e camminavamo sul filo del sesso senza mai farlo. Una sera ci siamo baciati e io ho troncato di botto tutto prima che tutto precipitasse. Non facevamo nulla di male, potevo lasciarmi andare e farmi "un giro" sulla mia coinquilina, ma ho lasciato perdere. Perché avevo la sensazione che sarebbe stato solo un giro di giostra e basta, perché avevo già in bocca il sapore della sconfitta anche se non avevo perso ed ero troppo orgoglioso per dirle "ti preferisco come amica e non ti voglio scopare", così ho perso sia un'amicizia che una scopata. Ho preferito perderle tutte e due piuttosto di salvarne una. Non è normale, difatti io non sono normale. Se fossi un maschio alfa medio me la sarei fatta e tanti saluti all'amicizia. Se fossi un delfino (delfini, questi sconosciuti animali dipinti come un inno alla bontà e alla purezza… gli esemplari giovani inseguono la femmina per giorni per poi costringerla a sadiche orge di gruppo) me la sarei fatta. Anche la natura sembra preferire il sesso violento all'amicizia, per cui sono arrivato alla conclusione che mi sono comportato da povero stupido e basta. 
E mi sono rotto di comportarmi da stupido, non perché il mondo è cattivo e io sono buono e ne pago le conseguenze, ma perchè se fossi veramente buono, e per "buono" Darwin intendeva un animale sano e integrato coi suoi simili e il suo habitat, secondo Darwin avrei fatto il mio bene per sopravvivere e se la questione era decidere tra una cosa e un'altra avrei dovuto scegliere una cosa e un'altra e non abbandonarle tutte e due. 
Tu parli di magia, di attrazione attraverso la parola scritta, ma finchè una persona non la avvicini fisicamente, sarà sempre e solo lontana, qualcosa quasi di fantastico, una magia, uno spettro indistinto, una realtà velata. E sebbene il processo che porta alla cotta, al piacersi, all'innamoramento sia di per sè un velo mentale che ci porta a vedere l'altro con occhi diversi, questo velo, se la vicinanza è solo intellettuale e non fisica, non sarà mai spesso abbastanza e sarà violabile da chi questa vicinanza non solo intellettuale ma anche carnale te la garantisce tutti i giorni. Io non voglio la tua testa, aprirla e cibarmi di quello che c'è dentro come una scatola di carne in scatola. Nè voglio che tu abbia questo da me. 
Mi piacerebbe vederti fradicia come un pulcino bagnato e un po' brilla. Trovo la pioggia affascinante, sentirla addosso è inebriante, così come passarmi una mano sui capelli fradici e continuare a camminare con le mani in tasca. Ad Amsterdam ha piovuto sempre. Lì piove sempre in questa stagione.
Ho già voglia di tornare. La realtà di Milano, il lavoro, l'università, la vita da pendolare coi suoi treni da prendere e perdere, ha già iniziato a debilitarmi.
Ciao Kim.


Ciao Tommaso.
Quest'oggi vorrei piovesse, è così che mi sento dentro : come la pioggia che scende lenta, come la pioggia dello scorso sabato sera, e il sole fuori non mi rallegra affatto, anzi ho solo voglia di rimanere sdraiata sul letto a fissare il soffitto con gli Afterhours nelle orecchie.
Eppure non ne ho tempo, devo studiare, studiare e studiare ancora, come se per colpa delle scelte che ho preso in passato ora io ne debba pagare le conseguenze. 
In fondo non mi pento di cosa ho fatto, forse se le avessi evitate a quest'ora avrei meno problemi interiori, meno paranoie, ma .. boh.

Fidanzati..fidanzati...e ancora fidanzati. 

(Sembra quasi un imperativo! fidanzati! giovane fidanzati! )

è una parola dalla quale vorrei sfuggire, che vorrei evitare di leggere. 
Ho avuto abbastanza fidanzati in questi ultimi anni, anche per brevi periodi, quindi li definirei uscenti. Giorni, settimane, mesi, anni, ma nessuno che abbia davvero cambiato qualcosa in me, che abbia lasciato il segno. Sono ancora qua, sempre io, con le mie paure, con le mie insicurezze, coi cocci che mi porto dietro, dentro a uno zaino che si fa sempre più pesante, ma non sono pezzi del Mio cuore, ma del loro, pezzi che ho trattenuto, pezzi che ho rotto io di proposito, perchè mi annoiavo, perchè mi sentivo presa in giro, perchè non mi sentivo apprezzata, perchè non venivo ascoltata, perchè non ero libera di uscire, perchè? troppi! E ogni mese mi ritrovo a dover trascinare quello zaino appresso, ovunque io mi diriga, non pesa, ci mancherebbe solo che pesasse.
Non pesa sulla schiena, ma pesa sull'animo.
Ho rovinato anche io un'amicizia, non molto tempo fa, non molti giorni fa, pensavo io mi stessi immaginando tutto, pensavo che il mio migliore amico non mi stesse davvero facendo delle avance e pensavo che io non mi sarei innamorata e non avrei provato attrazione per lui.


Questa sono io. Ciao Tommaso. Ciao.